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Mimmo Germanà emerge all’inizio degli anni Ottanta con la Transavanguardia, termine col quale il critico Achille Bonito Oliva designa un gruppo di artisti italiani che rilanciano una pittura di figurazione “calda”, visionaria, dai colori fauve, che recupera spunti e citazioni senza progetto anche dall’arte del passato, dopo i “freddi” anni Settanta dell’arte concettuale. A questo recupero della pittura, con Cucchi, Chia, Clemente, Paladino, De Maria, Mimmo Germanà, autodidatta di formazione, partecipa con una personale carica di immaginazione di stampo popolaresco, “ingenuo”, con forti cadenze simboliche. Scrive di lui Francesco Callo: “Una fantasia abbagliante, colorata, rapida, di gialli, rossi, blu”. Una sorta di espressionismo mediterraneo, che coniuga il primitivismo delle forme con la carica dionisiaca dei colori intensi e delle materie forti per comporre scene di sentore mitico. Per questa energia fantastica Mimmo Germanà è definito dalla critica “lo Chagall italiano”.
Nel 1980 Mimmo Germanà partecipa alla Biennale di Venezia. Nel 1987 gli viene assegnato il Premio Gallarate. Artista dalla personalità complessa, originale e tenace, i cui temi fondamentali sono figure di donne dai caratteristici volti ovali e violenti paesaggi mediterranei. Diviene l’icona dell’anticonformismo.
Achille Bonito Oliva scrive dell’opera di Germana: “un ritmo scorrevole regge la sua pittura, fatto di spessore e pennellate dense, di colori cupi e di materie forti.
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